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13.56 - CONSIGLIO CARDINALI: P. LOMBARDI, "NON PRENDE DECISIONI" SU CURIA, MA FA "PROPOSTE" AL PAPA

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Le tentazioni di Gesù nel Vangelo secondo Matteo

Scritto da Don Luca Mazzinghi, docente di Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico | 26 maggio 2008 | Bibbia  

La prima domenica di Quaresima propone ogni anno alla nostra riflessione, e soprattutto alla nostra vita, il brano delle tentazioni di Gesù nel deserto, questa volta nella versione di Matteo (cf. Mt 4,1-11). Si tratta di un testo di incredibile forza e attualità; se riuscissimo davvero a rendercene conto, la sua lettura ci lascerebbe di sicuro trasformati. Proviamo così ad ascoltare ancora il brano di Matteo alla luce del cammino quaresimale che stiamo iniziando e alla luce della realtà di chiesa nella quale ci troviamo.

 

 

Le tentazioni di Gesù nel deserto (Mt 4,1-11)

 
(I)

Scrive dunque Matteo: «In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame».

Gesù non capita per caso nel deserto; è lo Spirito che ve lo conduce, così come accade a noi in ogni Quaresima: un’occasione che ci regala lo Spirito. I “quaranta giorni” ci richiamano subito al cammino fatto da Israele nel deserto, dopo l’esodo dall’Egitto. Le “quaranta notti”, probabilmente, ci richiamano piuttosto alla fuga del profeta Elia, solo e minacciato di morte dalla regina Gezabele (cf. 1Re 19,1-8). Gesù rivive così le esperienze dei due più grandi profeti di Israele: Mosè ed Elia, appunto.

Sappiamo che il deserto è, nella Scrittura, il luogo della tentazione per eccellenza; luogo di aridità e di sopravvivenza con il rischio concreto della morte; luogo dove si è perciò tentati di tornare indietro, in Egitto (meglio schiavi con la pancia piena che liberi con la pancia vuota!). Nel deserto, come avviene a Israele (cf. Es 17,7) ci si chiede se Dio sia ancora in mezzo a noi, oppure no. Non c’è pertanto da stupirci che in questo deserto il Signore incontri il diabolos, ossia il “divisore”, colui che si propone di allontanare, dividere, l’uomo da Dio.

Eppure il deserto è anche luogo di grazia: nell’apparente nulla del deserto il Signore viene incontro al suo popolo donandogli cibo e acqua e manifestandosi ad esso come una presenza amica e paterna.

 

«Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».

La prima tentazione sembra a prima vista piuttosto banale: hai fame, sei il figlio di Dio, trasforma dunque in pane questi sassi! La tentazione è, in realtà, molto più profonda. Per comprenderla meglio è interessante rileggerla alla luce del celebre racconto di Genesi 3, nel quale ci viene narrata la radice del peccato dell’umanità. Leggiamo dunque in Gen 3,6 che la donna vide che il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male “era buono da mangiare”.

In entrambi i casi, per Gesù e per la donna della Genesi, si tratta perciò del desiderio di far proprie le cose materiali; di trasformare in cibo da divorare tutto ciò che ci sta davanti. La tentazione, in una parola, dell’avere. Il denaro, le cose materiali, tutte le realtà concrete dalle quali ciascuno di noi, in qualche misura, è dominato. Più abbiamo, più desideriamo di avere. La chiesa non è certo estranea a questa tentazione, anche solo quando si illude che il possesso di realtà materiali possa realmente risolvere i nostri problemi pastorali.

A questo desiderio smodato di possesso il Signore risponde citando la Scrittura e ricordando al diavolo il celebre testo del Deuteronomio (cf. Dt 8,3); ben più del pane vale dunque la parola di Dio. Se la Parola è al cuore della vita, ogni altra realtà acquista la sua autentica dimensione. Dal desiderio di mangiare, il Signore ci fa passare al desiderio di ascoltare, di porre cioè la Scrittura al centro dell’intera nostra esperienza di vita cristiana.

 

[Qui ci fermiamo, perché il testo di Matteo merita di essere letto nei dettagli; rinviamo perciò a un successivo approfondimento l’analisi delle altre due tentazioni di Gesù.]

 

II

 

[Abbiamo già parlato della prima tentazione di Gesù nel deserto, quella dell’avere, del desiderio di possedere che si combatte soltanto con l’ascolto della Parola. Analizziamo adesso le due successive tentazioni].

 

Ascoltiamo ancora il testo di Matteo: «Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Tentazione sottile, questa: anche il diavolo si mette adesso citare la Scrittura, sfidando il Signore sul suo stesso terreno, utilizzando il testo del Salmo 91, che noi forse già ben conosciamo dalla Compieta della Domenica.

Buttati di sotto, dice il diavolo, che tanto gli angeli ti sosterranno e tutti vedranno chi sei. E’ questa la tentazione degli occhi, del mettersi in mostra, nel far vedere appunto chi siamo. Anche la donna nel giardino dell’Eden ha avuto una tentazione simile quando ha visto che “l’albero era gradito agli occhi” (Gen 3,6).

Dalla tentazione dell’avere a quella dell’apparire. Una tentazione dalla quale la nostra chiesa non è certo esente: farsi pubblicità, contarsi, far vedere quanto valiamo e quanto siamo bravi, chiamati a scendere in piazza come tanti altri manifestanti (dal “family Day” al “papa Day”!) per dimostrare in realtà quanto siamo potenti e ancora influenti sulla nostra società.

Gesù non ha bisogno di mettersi in mostra né di farsi pubblicità e risponde al diavolo citando il testo di Dt 6,16 (“non metterai alla prova il Signore tuo Dio”), un passo che riprende la già ricordata esperienza del dubbio di Israele su Dio, narrata in Es 17,1-7, a proposito delle acque di Meriba: “il Signore è in mezzo a noi, sì o no?”.

 

Arriviamo così all’ultima tentazione: «Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: “Vàttene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”»,

Qui la tentazione diviene se possibile ancor più concreta: il potere. Nel testo di Matteo appare con una certa chiarezza che il potere è qualcosa di diabolico; è il diavolo che lo concede a chi lo adora. Ancora una volta il Signore risponde ricordando la Scrittura, qui il testo di Dt 8,13: solo di fronte a Dio l’uomo si inginocchia.

La chiesa non è certo estranea alla tentazione diabolica di trasformarsi da comunità di credenti in un’istituzione tesa a difendere il suo stesso potere. Tanti attacchi alla chiesa, veri o presunti tali, sono forse segni della Provvidenza che richiamano la chiesa a una continua conversione e all’abbandono di ogni pretesa di potere mondano, sotto qualsiasi forma o maschera esso si manifesti.

 

E Matteo può adesso concludere: « Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano». Gesù ha vinto la triplice tentazione dell’avere, dell’essere, del potere: tre idoli che si trasformano in altrettante tentazioni per Gesù e per l’intera comunità cristiana. Gesù le ha vinte ancorato alla forza della Parola e alla fedeltà assoluta al primato di Dio; la Quaresima è occasione di grazia perché anche noi possiamo vincerle.

 

 

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